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Testo pubblicato su "LA VOCE" del 31 marzo 2008

 

 

Amati
Non posso dire di conoscere Giampiero Bianchi. L’ho frequentato troppo poco per farne un ritratto, forse, a ben guardare, lo si conosce assai meglio attraverso le sue foto di paesaggio che non di persona. Preso com’è a fare dell’ozio una categoria del pensiero e un progetto da realizzare nel Montefeltro, Giampiero ti svia e ti allontana da se. In quelle foto c’è la sua anima, la sua phoia, se con questo nome si intende un’essenza femminile che coincide con la terra. Il cielo, come si sa, è maschile, mentre la terra è femminile, quando Giovanni l’evangelista rappresenta Gerusalemme come la sposa dichiara: “nella città amata mi ha fatto abitare; In Gerusalemme è il mio potere”. Giampiero, rivolto a Dio potrebbe dire lo stesso a condizione che si metta il Montefeltro, dove lui vive, al posto di Gerusalemme. Questa terra a giudicare dai suoi paesaggi, dove un cielo corrusco e inquieto seduce la terra, era, come Gerusalemme, al fianco di Dio prima dell’inizio dei tempi e a lui si ricongiungerà alla fine. Tuttavia, per Giovanni, la città amata era la madre del bell’amore, mentre per Giampiero, piu laicamente è la terra dell’ozio, una dimensione che puo indurre a moderne tentazioni. Ma ci sono le sue fotografie a garantire per lui, in senso evangelico, sicchè gli chiedo:
che rapporto c’è tra i paesaggi che tu contempli e l’ozio, questa tua passione che vorrebbe fare del Montefeltro una terra di elezione:

GB
Piu che di ozio parlerei di “otium”. Quando uso il termine ozio lo faccio per provocare e suscitare domande non esenti di una certa ilarità, le cui risposte, spesso, sono ancora inaspettate. Quello di cui mi interesso è l’ozio latino, quello vero, fatto di lavoro per se, per il proprio benessere, per il proprio piacere: dimenticato prima dal rinascimento e poi inevitabilmente dalla rivoluzione industriale. Il suo contrario è ”negotium”, lavoro per necessità, per la sussistenza. Quindi per gli antichi, mi sembra di capire, otium era la vita desiderabile e negotium la sua negazione. Ma i tempi stanno cambiando: diverse e recenti pubblicazioni sull’argomento hanno visto la luce. Qualche esperto afferma, che nei paesi occidentali del primo mondo, si sia giunti ad una saturazione dei consumi materiali e ci si stia orientando verso il consumo di beni intangibili. Sarebbe ora, visto che all’inizio della rivoluzione industriale, si profetizzava che le macchine avrebbero lavorato per noi e ci sarebbe rimasto del tempo per la contemplazione, per costruire relazioni, progettare il proprio benessere. Montefeltro Otium è un’idea di branding, di identificazione, di promozione di riqualificazione sia interna che esterna a questa straordinaria area geografica. Lo scopo è quella di farlo conoscere al resto d’europa e spero anche al resto del mondo. È un riadattamento creativo di quello latino, calato nei bisogni dell’uomo di oggi. Il veicolo promozionale è proprio questa riscoperta creativa, offrire qualcosa di cui tutti abbiamo bisogno, un pò di tempo per contemplare, riflettere, ascoltare, osservare, per accorgerci delle cose belle che ci stano intorno. L’ozio di cui palo io è questo insieme di cose,  un vero distacco dai momenti di lavoro, non una rivalsa  compensatrice alla costrizione o alle fatiche che affrontiamo tutti.
 Tornando alle foto, non mi sento un fotografo, solo uno che guarda, osserva e casualmente, ho una macchina fotografica dietro. Tutto è cominciato con un inevitabile rapimento dei rossi di un tramonto, poi mi sono accorto che in certe giornate, il paesaggio, baciato dalla luce, diventa veramente straordinario, allora mi alzavo al mattino presto per capire come sarebbe stata la giornata, il Montefeltro è stata una riscoperta. Questa è diventata un’esperienza condivisibile attraverso la fotografia. Il rapporto con l’ozio? Strettissimo, la contemplazione è uno dei  suoi attributi, per godermi un pò la Terra, che oggi è una risorsa importantissima, devo fermarmi. Inoltre le foto sono nate anche per fare comunicazione, la Toscana ha centinaia di foto di alta qualità che girano il mondo, il Montefeltro no.

Rocca

Amati        
Tu sei un designer un grafico. C’è in natura qualcosa che somiglia, nelle forme ai segni che tu usi

 

GB
Non direi che mi interessano le forme ma sopratutto come la natura progetta se stessa, come usa i materiali per garantire la sua continuità. Ricordo una lezione di Munari sul design, dove l’oggetto di studio era un’arancia, la buccia è il suo packaging, di un bel colore aranciato, la forma rotonda è la più semplice possibile, tutto ha una funzione,  non ci sono elementi rindondanti o eccessi formali. Certo che qualche segno evocativo, diciamo poetico mi piace inserirlo, qualcosa che evochi un’emozione un ricordo, che più o meno tutti condividiamo. L’eccesso di forme funzionali mi ricorda un design troppo freddo di scuola sopratutto germanica che ha influenzato tantissimi designer e graphic designer del dopoguerra a cui dobbiamo moltissimo per aver creato lo stile italian design.

Amati:        
Tonino Guerra un’amico che della natura Montefeltrino è ormai un vate, ha scritto in “Una foglia contro i fulmini” che le tracce lasciate sul fango delle galline somigliano a dei caratteri cinesi. Ci sono, nel Montefeltro in terra e in cielo, ideogrammi simili a questo da scoprire?

 

GB
Questa immagine è molto bella, tanto da ricordarmi uno dei miei scrittori preferiti, nel racconto “La srittura del Dio”, Borges fa mettere in cella un filosofo, accusato forse ingiustamente. L’unica finestra della cella da su un’ampia stanza dove giace incatenata una tigre. Per i primi tre quattro anni il filosofo ripassa a memoria i libri che conosceva, cercando di svelare, come tutti, il mistero dell’esistenza. Passano altri anni, poi, piano piano si forma una domanda, se Dio avesse scritto da qualche parte la soluzione al mistero dell’universo, dove avrebbe lasciato quei segni indecifrabili dall’occhio umano. Passano altri anni e la tigre ormai, è l’unica presenza costante nella vita del prigioniero. Poi una mattina la rivelazione, se niente è un caso forse l’ ignara tigre custodiva la soluzione a quel mistero, forse la sua pelle maculata erano quei segni che cercava. Forse lì Dio aveva scritto il suo segreto. Passano decenni di notti insonni, di albe e di tramonti, e ancora decenni. Alla fine gli viene concesso di decifrare quel mistero, ora se volesse potrebbe uscire da quella angusta prigione, potrebbe vendicarsi, sollevare eserciti, ma quella conoscenza che l’ha portato all’onnipotenza gli rivela che è inutile, che possedere quel faticoso segreto è da se la più grande ricompensa. Non sono forse queste le zampe di gallina di Tonino? Ho in mente un adagio vecchissimo, ma vorrei pronunciarlo come se fosse per la prima volta. La bellezza è negli occhi di chi sa vederla.

Amati:        
Nell’ambiente Graphic- designer certi territori vengono equiparati a marche di prodotti. Al di là del gioco di parole le Marche, dove tu vivi, sono un prodotto da vendere?

 

GB
Le Marche, sono l’unica regione al plurale e certo da far conoscere nella sua diversità e tipicità. Noi, qui, nel Montefeltro, confiniamo con diverse realtà, è negli incroci, nei confini che si creano nuovi elementi. Vedi, il bello, che per alcuni corrisponde anche al buono e al giusto, è di tutti. Ma solo alcuni ce lo fanno vedere e riconoscere, parlo dei poeti, degli scrittori, dei designer: senza linguaggio non esiste la bellezza, anzi direi che il linguaggio crea questa possibilità. Ora, certo, che le Marche dove vivo sono anche un prodotto da vendere, ma bisogna anche costruire molto “linguaggio”, lavorare molto per rappresentare quei contenuti possibili, e ripristinare la cultura della parola.

 

Amati:        
è vero che Rimini e entroterra è un’area che ha la più alta concentrazione di creativi d’europa?

GB
È una voce che circola, non so quanto attendibile sul piano scientifico, certo se penso ad aree dove per svilupparsi hanno dovuto studiare strategie per richiamare i progettisti, o creativi o designer. Un esempio è Berlino, che, dopo la caduta del muro, ha richiamato tantissimi creativi da tutta Europa, li ha attratti perché era disponibile e ne aveva bisogno per dare un volto umano alla città. Ne aveva tanto bisogno da stimolare le istituzioni a creare dei finanziamenti apposta per loro. Qui queste cose non accadono perchè siamo ricchi di creativi, forse il problema è quello  di incanalare la creatività in una cultura del progetto. Quando uso il termine design o graphic design lo faccio sempre in questa direzione, in quanto credo che, dietro ad una produzione artistica ci devono essere un pensiero e una cultura progettuale come da anni fa la disciplina di organizzazione dello spazio, cioè l’architettura.

Valle

Amati:        
L’Ozio se ho ben capito è diventato per te un progetto di marketing per questo territorio.
Ma cosa proponi? Vendi cose impalpabili?

 

GB
Certo che è un progetto di marketing, da quando negli anni novanta è entrato con i suoi addetti nelle aziende,  razionalizzando i costi di un’azienda, e vanificando il lavoro di molti designer, oggi mi sembra che ci sia un patteggiamento, anzi i designer hanno fatto proprie le armi del marketing, per cui in un progetto c’è anche un punto di vista legato ai bisogni di mercato. Ma tornando al progetto, direi che per avere successo deve coinvolgere più discipline, marketing, design, graphic design, information design, oltre alle persone che danno dei contributi di pensiero, antropologi, filosofi, poeti e letterati.

 

Amati:        
Concretamente, a chi ti rivolgi, a quali istituzioni

 

GB
A tutti i sindaci del Montefeltro e alle istituzioni che li rappresentano, Cominità Montane e Parco del Sasso Simone e Simoncello. Al momento sono interessati. Del resto questa è la società della cultura dell’immagine e ci metto sopratutto della comunicazione, non essere visibili significa non esistere, non creare sviluppo, ocupazione progresso. Che cosa erano i grandi affreschi di Leonardo, Raffaello, Perugino, se non la rapprentazione di una cultura, di un pensiero legato a quel periodo. Chi guardava quelle pitture aveva immediatamente la percezione di cosa si stesse parlando, quelle immagini illustravano perfettamente il sermone pronunciato in chiesa. Uno degli obiettivi è quello di tenere unito politicamente il Montefeltro, e del resto credo che per costruire un  “Brand“ Montefeltro, cioè una marca come qualsiasi prodotto d’azienda, bisogna fare gruppo. Negli ultimi anni, un po dovuto all’effetto globalizzazione, le marche, i prodotti hanno affinato sempre più il linguaggio della comunicazione del loro valore aggiunto, entrando a forza negli stili di vita della gente, determinando comportamenti e abitudini. Ora ci si comincia ad accorger che le città, le aree territoriali con le loro abitudini, i loro costumi, i loro valori altri, da quelli legati alla produzione, vanno evidenziati e conservati, per questo le città hanno cercato di sviluppare  campagne promozionali legate allo stile di vita, alla convivenza, ai valori legati alla cultura, non come orpello decorativo, ma proprio come simbolo di una convivenza civile.

 

Amati:        
Il Montefeltro è rimasto a lungo refrattario a ciò che siamo soliti chiamare un progresso. Da quanto tu dici mi sembra che questa refrattarietà sia un valore aggiunto. Conferma l’adagio secondo cui cio che si guadagna da un lato lo si perde dall’altro.

 

GB
Mi sono sempre lamentato per la carenza di aziende in quest’area e quindi la possibilità di accedere a pochi clienti. Ora penso che questo è un bene, le aree  territoriali non possono e non devono essere tutte uguali: ognuno deve far crescere e valorizzare le proprie attitudini, e risorse. Rimini ha saputo vendere bene il suo mare, i cittadini riminesi sono stati il primo veicolo di comunicazione di valori legati all’accoglienza. Per questo considero i cittadini del Montefeltro il primo e più importante mezzo di comunicazione. Se vado ad una mostra di uno dei miei artisti preferiti e le persone che fanno parte dell’interfaccia tra me e la mostra hanno un comportamento non ospitale, poco tollerante o fiscale, a quel punto la mostra potrebbe piacermi molto meno.

 

 

Amati:        
Quali sono stati i tuoi maestri?

GB
Tanti, ma senz’altro Michele Provinciali, a cui faccio un caloroso saluto. È stato fondamentale, forse a sua insaputa. Una passeggiata, dopo pranzo al porto di Pesaro con lui, era un viaggio nel mondo del colore, nella storia, nell’architettura pesarese o razionalista legata al Bauhaus, lì ho cominciato a capire che l’ozio poteva diventare molto creativo e istruttivo. Parlare di Montefeltro terre in cui affinare il proprio sapere divertendosi, mi sembra una buona proposta per chi voglia venire qui. Tutte le persone che usano la creatività nel proprio mestiere, e non parlo solo di artisti, progettisti, architetti, designer: ma anche di economisti, banchieri,  cuochi, imprenditori o operai. Le scuole non mancano, da quelle istituzionali, a un polo formativo regionale di eccellenza delle Marche, il T.A.M. centro per il trattamento artistico dei metalli, presieduto da Arnaldo Pomodoro.  Una prestigiosa accademia internazionale, Voci nel Montefeltro, per il perfezionamento della dizione e fonetica italiana per il canto lirico, diretta dal M° Ubaldo Fabbri

Amati:        
Noi ci siamo conosciuti a Talamello in occasione in una tavola rotonda da te organizzata qualche mese fa, alla quale ho avuto il piacere di partecipare assieme a Luca Cesari, Alessandro Giovanardi e a Scarabicchi, hai in mente altre iniziative come questa, all’interno del tuo progetto:

 

GB
Certo, il tema “otium” dà la possibilità di costruire tantissime iniziative, da giornate di studio che abbiamo chiamato ”Primo simposio internazionale sulla solennità dell’ozio” ad eventi più di massa, al recupero e valorizzazione delle terme esistenti, come ristoro per il corpo, alla valorizzazione dei percorsi escursionistici, alla creazione di momenti conviviali con la cucina, non dimentichiamo che abbiamo alcuni prodotti tipici di eccellenza, in parole povere non cambia niente, solo tutto ha una visione diversa, con un’offerta mirata sul piano culturale, ma non voglio anticipare troppo.